venerdì 27 ottobre 2017

STELLA: LA TAGLIA DEL DISTACCO



IL RISCHIO DELLA PAROLA TRA CONSAPEVOLEZZA E INCONSCIO







Nel tracciato poetico di Raffaele Stella, e all’interno del suo reticolare tessuto culturale, con dimostrati interessi e competenze non attinenti all’area specifica del campo letterario, ma all’avanguardia nel discettare, in abito scientifico e con passione morale, di scienze sociali, di storia, di politica, di psicologia, di bioetica, di fisica, con puntualità e precisione da logoteta, si evince una robusta vis critica e il contributo di un intelletto vigile e vivace nei processi di continuo rinnovamento, metamorfosi e fermento che condizionano la Vita, il Sistema, la prospettiva del Futuro. Una vocazione universalistica, la sua, una consapevolezza sofferta, in un mondo intercomunicante non più arroccato nelle arroganze di ambiziosi nazionalismi. L’andamento odeporico de LA TAGLIA DEL DISTACCO evidenzia con energica nettezza una professione di fede, con effetti tonificanti e inestirpabile cuneo civile, un neo-umanismo, una pressante, lucidissima, a tratti cruda meditazione su temi viscerali, volendo ritenere la Poesia – o essendo essa ritenuta – depositaria ideale di un progresso spiritualmente e socialmente vantaggioso al nostro sopravvivere sempre più tormentato, disagiato, nevrotico. Certamente la Poesia non è solo sublimazione; si riserva, tra i molteplici, il ruolo di accrescimento sui tanti versanti costruttivi ed esige riscontrabili verifiche oltre i confini della scrittura, dal momento che il suo profetico occhio all’interno del simbolico orecchio ricettivo sugli sbocchi o almeno sugli orientamenti della weltanschauung, anticipa e/o corrobora, senza fatalismi, la teleologia negli eventi, nei meccanismi dell’umana avventura.
Un dinamismo, quello di Stella, che non si auto-elegge mai depositario di verità o di soluzioni al crollo degli ideali o al fallimento delle pianificazioni; l’indagine poetico-filosofica suscitatrice di adesioni o di dissensi, tra i tradizionalisti e/o i liberali, specie se approda ad un bilancio non positivo e tutt’altro che consolatorio, è serrata e nulla trascura o discrimina. Punto di forza, anzi, di questa raccolta. Come ebbe modo di perseverare per anni il mirabellano Martiniello, fautore di una poesia di sostanza, di scotimento emotivo, Stella punta l’attenzione sul concetto di diritto umano, lo monitora e lo estende all’osservatorio globale, per restringerlo all’occorrenza sulla finestrella non subalterna, non ancillare, della comunità irpina, in maniera esplicita o allusiva, sottocutanea.
Sul dire poetico Stella sottopone il dubbio ricorrente se le parole già appena pronunciate non paiano invecchiate e inadatte, insoddisfacenti a trasmettere e a spiegare, mentre esse dovrebbero godere di alta cittadinanza nell’efficacia del messaggio, potenziato ed esteticamente elegantito, in ordine alla fedele educazione intellettuale e alla fondamentale sensibilità, dalla trasversalità del metalinguaggio, senza necessità che esso in apparenza oscuri o trasfiguri, come nel periplo di parecchi autori strenui difensori di un linguaggio tecno-cesellato che imbocca la via della indecifrabilità dei caratteri. Raffaele Stella dipana in tale accezione un filo resistente. Un filo che confessa, senza reticenze, il suo tempo storico, la sua appartenenza o disappartenenza al modello umano e cerca una conciliazione ardita tra consapevolezza e inconscio. Il rischio della parola è doppio ed è alto ( “Il verso non soggioga il foglio/C’è qualcosa che si oppone/e la parola non si esalta”); a volte Stella dà la sensazione di spingersi in un ‘di là da venire’ dove egli stesso la contempla, questa sublime, intrattabile, precaria parola, come reliquia inabissata e perduta, addirittura afasizzata ed estranea, sconosciuta, come in un dramma ciclico, come in un dramma scenico, commistione tra ‘Giorni Felici’ beckettiano e ‘La Lezione’ o ‘La cantatrice Calva’ nel repertorio celebre di Ionesco. E’ questo il perno ed il fascino de LA TAGLIA DEL DISTACCO: attrito o saldatura?  Astensione dal parlare, e quindi polemico riserbo, o rottura del silenzio e aperta stura del polemos?
Il polemos –o addirittura una metafisica del polemos– lo si espliciti o lo si dissimuli o lo si castri, è un ineliminabile elemento del continuum aggressivo nell’umanità, a partire da Eraclito, e caratterizza il giroscopio psichico nella stragrande maggioranza, benché parzialmente attenuato nell’uomo eterodiretto, che se però non assume atteggiamenti radicali, può sempre, prima o poi, e malgré soi (e succede!), riscoprirsi uno swimmer di acque nient’affatto controllate e tranquille. E Stella ce lo ricorda in tante modalità, da ‘Caino non è mai morto’ a ‘Non siamo mutati molto’, da ‘Jamel’ ad ‘Aspetto Giovanni da Farah’, da ‘La Guerra di Crimea’ a ‘L’oscurantismo non è mai’, a “Hiroo Onoda viveva nella giungla”. Nel frattempo, il Primum movens quale imperscrutabile ruolo gioca, nel credo universale? Stella con affilatura di denti stira un ghigno sarcastico e mordace, appena al di sopra del cinismo imbevuto di verde ironia: “E’ cambiato l’indirizzo di Dio” è un capolavoro di satira che sferza il volto e provoca i conflitti interiori della coscienza; sembra strafottente e ludico-blasfemo, il piglio del poeta, il quale si diverte sorseggiando una mistura di amarezza, di scontento, ma anche di resilienza nei confronti dell’inaccettabile, delle paure e delle fobie, delle mille assedianti insicurezze, con il decoro dell’impegno che non ha annacquato la propria dignità letteraria e intellettuale.
Forse è solo l’idea del Divino/ a domiciliare in ogni testa// Che Dio sia solo una visione?//L’Onnipotente creato ad hoc/ da figli senza padri? Forse negli anfratti della mente/si scopriranno altre chimere…”
Dio si è autoesiliato, orripilato dalle miserie, dai delitti, dalle atrocità della sua creazione, ci ha vòlto le spalle o semplicemente sonnecchia: “Chi anima e manovra noi umani/sarà addormentato o defunto/per come vanno le cose qui in terra/per l’assenza di tratti di una creazione/con premesse di target prossime/a una perfezione assoluta…”
L’uomo dal canto suo, conflittuale, combattuto, sull’orlo del cratere, non è che “misere molecole indotte/ a credersi sostanza essenza/piuttosto che pura apparenza/ Un nulla incorporeo impalpabile/oppresso dal difetto iniziale/ di una falsa convinzione/ di essere qua e assolutamente concreto”. E rafforza la dose quando ipotizzando afferma: “Siamo materia organizzata/ nella trappola di un moto/che ci appare contrapposto/all’inerzia della roccia”; “Aquiloni indefessi abbattuti dal vento/ci alziamo ogni volta scomposti/fino all’ultima inevitabile caduta”; “…Improbabile ammettere che in fondo/non siamo più solidi dell’aria/afferrata e stretta tra le mani”. E semmai: “Percettori presunti di un Dio/ che non muove dito…” Questo l’uomo. Questa la condizione umana. E il Poeta? Un inguaribile, infetto da un turbine provvidenziale o apocalittico di parole lievissime quando farfalle, esplosive quando pallottole? Uno dei maggiori poeti polacchi del XX secolo, Kazimierz Wierzyński, così asserisce – e sembra il suo un vero proclama – : “Non vogliamo grandi parole, ma vogliamo una grande poesia; allora ogni parola diventerà grande”.  Proviamo a vedere da vicino se il suo ruolo – quello del poeta in generale – sostiene il peso dell’anima e del tempo. Stella non va per mezze misure: “ Sono quasi tutti morti i poeti/e nessuno custodisce più un cuore/nelle mani”.
LA TAGLIA DEL DISTACCO è in fondo la ‘scoperta’ o il riconoscimento del silenzio (o del logos inefficace che non colma la differenza) e della solitudine (l’uomo abbandonato su una panchina vagamente prévertiana, il fatto che “Passato e futuro sono inganni/false grandezze di un elastico teso”, un emigrare “ogni giorno senza rotta”, un emigrare “da un mondo che è miraggio/dall’ascolto non compreso/dall’ombra dove cammino”. Eppure, la Poesia, che è contraddizione, e che di contraddizione si sostenta, fa dire a Stella che: “ Lasciamo tutti una traccia/ e penso al moncone di olmo/tracciato da asimmetrie alla Mondrian/da miriadi di alacri formiche/Schegge di putrido legno/nella tomba en plein air/di questo giardino di luglio/Non ci sono bare così per tutti/Non per noi che iberniamo/improbabile vita nel marmo/conservando presunti ricordi/e policromie su carta emulsionata/ salvando il potenzialmente blasfemo/l’indecorosa inguardabile e oscena/fisionomia della morte”.
I morceaux poetici de LA TAGLIA DEL DISTACCO compongono un tessuto tramato di sudata virtude, frutto di un distillato di perturbazione rimontante e di armato contrasto in interiore homine con un metaforeggiare che non stonda del tutto, e parzialmente vela, i furenti segni dell’inappagamento e dell’ineluttabilità degli sprechi di un vivere che tendeva non all’autocommiserazione ma all’orgoglio (all’illusione?) del carniere pieno. Le percezioni del poeta non tardano a rappresentare la coscienza lucida del malessere, di quella squilibrata tensione, di quel malaise social avvertito e indicato dalla comune esperienza di ragione, logica e coscienza da parte dei luminosi intelletti di Wittgenstein, Freud, Weber, Kafka. Raffaele Stella, come Kafka, ingaggia una lotta impari con gli aspetti assurdi e grotteschi della vita, scanditi da perversi ingranaggi burocratici, dalla demagogia della classe parassita, dall’eredità d’inerzia di istituzioni decadenti, dalla torpida acquiescenza dell’uomo medio,  per cui il mondo appare refrattario ad uniformarsi ad opzioni diverse da settorialità antagonistiche e da immondo egoismo; di conseguenza, egli non può far di meglio che elevare lo scudo di una reazione di sarcasmo e di acidulo scherno. Atteggiamento che conserva (in parte) quando parla della morte, sfiorando lo schopenhaueriano Todestrieb, la pulsione della destrudo. In questo caso si riserva un moto di Besturzung, di sgomento, nella breve e bellissima ‘Riflessioni sulla morte’. Piuttosto, l’oscillazione tra accettazione del fato irrevocabile, a proposito della finitudine, e scossa di sconcerto, fa capolino in ‘Forse siamo già polvere da vivi’, ‘ Si muore tutti/anche di luglio’, ‘Il cono d’ombra’.
Questa poesia non cerca indirizzi scontati, il flatus poetico dell’animo nomade di Stella imprime pagine che mettono assieme una precisa configurazione del suo io scardinato e scisso tra contrari (‘Vivo di due realtà parallele’); gli scali ferroviari del suo convoglio confluiscono nella stessa intenzione libertaria e ribelle, nello stesso Traum, nello stesso Sehnsucht, nelle stesse apolidi intemperanze. Del resto Stella, che è osservatore, testimone e vittima di tempi accelerati rispetto al Novecento, è un direttore della fotografia di comprovata abilità, uno shakeratore di parole turgide che procurano sostanza all’eco del futuro. Il senso corrobora armonia, suono, accordi. Su tal fronte Stella è sì ‘montaliano’, chiede la fermezza di una lirica che soppesi il valore onesto di un criterio, di un significato, di un punto di vista. E’ questo un modo di guardare il mondo e le cose del mondo tangibili e concrete, ove l’invisibile a volte esulcerante risiede nelle pur inamovibili e necessarie incertezze, nella categoria dell’anima che è il dubbio. Chi interpellare per sedare l’urgenza-arsura di una risposta? Non la Poesia e nemmeno la filosofia, né l’Ipotesi di Dio: allora può tentare di farlo l’Eros, incarnato nella compagna, nel classico nerudiano Femminino, che nella dimensione del canzoniere fa cantare il menestrello: “ Mi aggrappo infine a te/che non hai pupille offuscate/che hai mani che setacciano/nella nebbia più addensata…//Solo tu che hai chiavi che non possiedo/puoi aprirmi le porte di una prigione…//Solo tu puoi darmi un alibi certo/per vivere senza ingorghi…//in quella palude che tutti chiamano vita.
Che sia nell’amore di una donna l’ineffabile risposta? Che - riandando all’incipit di ‘ALIBI’ di Elsa Morante (‘Solo chi ama conosce’) - la sapienza sia riposta tutta nelle straordinarie condotte del cuore? Negli affetti appassionatamente vissuti? Scompigli, nostalgie, delusioni, speranze folli e scintillanti, rimorsi, rimpianti, ingenuità e malizie, presagi, abbandoni, distacchi, riconquiste, viltà e desiderio d’espiazione…Tutto ricorre in poesia, che da sempre rincorre se stessa nella sua inarrivabile purezza.
                                                                                                                                 
                                                                                                     ARMANDO SAVERIANO



RAFFAELE STELLA - LA TAGLIA DEL DISTACCO - LIETOCOLLE 2017- PP 88 - EURO 13,00



Chi anima e manovra noi umani
sarà addormentato o defunto
per come vanno le cose qui in terra
per l’assenza di tratti di una creazione
con premesse di target prossime
a una perfezione assoluta
Il nocciolo del cesellato si è dissolto
prim’ancora che l’involucro
destinato a polvere mostrasse
persino una crepa minuta
Assimilabili a fragili seppur eterni origami
speriamo in un risveglio del puparo
in un pietoso e riparatore restyling
per un suo finale compiacimento
e una -bontà sua- nostra conciliazione


*

Non siamo mutati molto
dal neolitico o giù di lì
I bicipiti del capo branco
rimpiazzati da riserve di contanti
o cumuli di titoli bancari
Il piatto resta sempre una chimera per molti
e un’assoluta banalità per pochi
E non è questo un peccato veniale
con i granai e le cambuse traboccanti
e con solo quattro pattumiere
che esplodono di avanzi


*

La mia poesia nasce dal silenzio
dalle grinze dure della mia pelle
dalla curva stretta della mia schiena
piegata dal quotidiano barbaglio
che mi acceca appena sveglio


*

C’è solo un gioco o una commedia
possibile con sensori spenti o impercettivi
e ognuno di noi è protagonista assoluto
di quell’unico gioco o atto disponibile
Improbabile ammettere che in fondo
non siamo più solidi dell’aria
afferrata e stretta tra le mani


RAFFAELE STELLA



Raffaele Stella
Wanda Marasco e
Raffaele Stella















Lauro d'argento alla carriera
Premio Nazionale di Poesia
"Città di Conza della Campania"
III edizione 2017



venerdì 1 settembre 2017

Verbale di Giuria - Premio Nazionale di Poesia "Città di Conza della Campania" - III edizione 2017




Premio Nazionale di Poesia "Città di Conza della Campania"
III edizione 2017



Verbale di Giuria

Il Presidente dell’Associazione Culturale “Logopea”, promotrice della presente iniziativa, e la Giuria della III edizione del Premio Nazionale di Poesia “Città di Conza della Campania”, composta da Wanda Marasco (Presidente di Giuria), Giampiero Neri, Armando Saveriano, Enzo Rega, Eugenio Lucrezi, Davide Cuorvo, Carmina Esposito, Floriana Guerriero e Flavia Balsamo, dopo lunga e rigorosa analisi sui dati raccolti inerenti alle complessive 231 opere dei 98 autori partecipanti (Sez. A: 31 volumi, 31 autori; Sez. B: 176 testi, 64 autori; Sez. C: 24 testi, 12 autori), esprimono il giudizio ultimo e definitivo attraverso il seguente verbale.


SEZIONE A – LIBRO EDITO

*Finalisti (in ordine alfabetico):

FLORIANA COPPOLA (Napoli) con l’opera “Femminile singolare” (Homo Scrivens - 2016)
MARIASTELLA EISENBERG (Caserta) con l'opera “Viaggi al fondo della notte” (Oèdipus - 2015)
RENATO IACOMINO (Legnano – MI) con l’opera “La memoria del tempo” (Book Editore - 2012)
CIRO DE NOVELLIS (Napoli) con l’opera “Il senso dell’attesa” (La Parola Abitata - 2017)
ELEONORA RIMOLO (Nocera Inferiore – SA) con l’opera “Temeraria gioia” (Giuliano Ladolfi Editore - 2017)
EVARISTO SEGHETTA (Arezzo) con l’opera “Inquietudine da imperfezione” (Passigli - 2015)


Premi Speciali

Premio Speciale “Amelia Rosselli”: SAMUELE LISCIO (Prato) con l’opera “La pioggia rara” (Robin - 2017)
Premio Speciale “Vittorio Bodini”: RAFFAELE DELLA FERA (Aiello Del Sabato – AV) con l’opera “Il mendicante di Damasco” (Delta 3 - 2012)
Premio Speciale della Giuria: RAFFAELE PIAZZA (Napoli) con l’opera “Alessia” (Gruppo Editoriale L’Espresso - 2014)


Segnalazione di Merito

GIUSEPPE SCHEMBARI (Ragusa) con l’opera “Naufragi” (Sicilia Punto L - 2015)



SEZIONE B – POESIA INEDITA A TEMA LIBERO

*Finalisti (in ordine alfabetico):

ANGELO CURCIO (Lercara Friddi – PA) con la poesia “Memoria di un tuo ricordo genuflesso”
VALERIO DI PAOLO (Marino – RM) con la poesia “Oncologia: padiglione 10”
BENITO GALILEA (Roma) con la poesia “Da una tegola in ascensione retta”
KETTI MARTINO (Napoli) con la poesia “Tu guarda”
SILVANA PASANISI (Taranto) con la poesia “Lettere del disturbo”
RAFFAELE SCHETTINO (Mugnano del Cardinale – AV) con la poesia “In case fredde inabitate ai tuoi occhi”


Premi Speciali

Premio Speciale “Assunta Finiguerra”: ALESSANDRO FIORI (Forlì – FC) con la poesia “Sono qui al mio fianco”
Premio Speciale “Gabriella Maleti”: LINA SANNITI (Frattamaggiore – NA) con la poesia “Le case degli altri”
Premio Speciale “Poienauti”: ANTONIO CALIFANO (Contrada – AV) con la poesia “Bevo a gomito educato il succo rancido”


Menzione Speciale

AGOSTINA SPAGNUOLO (Capriglia Irpina – AV) con la poesia “Occasioni disperse”


Menzione d’onore

LUCA CRASTOLLA (Pezze di Greco – Fasano – BR) con la poesia “Nessuno oserà dirti di Juliette”




SEZIONE C – STUDENTI


1° Premio – GIOVANNA D’ONOFRIO (Solofra – AV) con la poesia “Fantasma speranza”
2° Premio – IRENE MASCIA (Napoli) con la poesia “Cuore coraggioso”
3° Premio – MICHELE AMODEO (Atripalda – AV) con la poesia “Coro in morte dell’antico redentore”


Premio Speciale

Premio Speciale della Giuria: ANTHONY ARMINIO (Bisaccia – AV) con la poesia “La primavera”




La Giuria ha altresì assegnato i seguenti “Lauri” alla carriera o per specifiche note di distinzione nell’ambito letterario o di sostegno ad iniziative e attività culturali:

Lauro d’oro – Al Poeta ANTONIO SPAGNUOLO (Napoli)
Lauro d’argento – Al Critico ALESSANDRO DI NAPOLI (Castelfranci – AV); al Poeta RAFFAELE STELLA (Avellino)
Lauro di bronzo – Al Regista ENZO MARANGELO (Solofra – AV)



INFORMAZIONI SULLA PREMIAZIONE

La Cerimonia di Premiazione si terrà in presenza di esponenti della stampa e di autorità politiche e culturali, sabato 30 settembre 2017 a Conza della Campania (AV) presso la Sala Consiliare del Comune, con apertura alle ore 17:30.
*Si ricorda che, come da bando, la graduatoria dei finalisti (1° - 2° - 3° e 4° premio) sarà resa nota nel corso della Cerimonia.
Si ringraziano tutti i concorrenti che hanno fornito il loro contributo creativo a questa terza edizione del Premio, con opere di significativo valore, augurando a tutti futuri esiti sempre felici e brillanti, in special modo a quanti non sono rientrati nella difficile e delicata selezione dei vincitori.


  
L’Organizzazione del Premio                     La Segreteria del Premio  
     
        (Davide Cuorvo)
                                                                 (Rosy La Rocca)
     (Armando Saveriano)



Conza della Campania, 1 settembre 2017






lunedì 27 marzo 2017

UNA VITA DI PEZZA - Racconto di Elda Ciampi







Quante ne ho passate su quella mensola! Circa quarant’anni su uno scaffale ad osservare le mosche volare sui miei boccoli d’oro impolverati. Sono stata fabbricata in Messico. Indossavo e indosso ancora un vestitino quadrettato, con inserti rossi e bianchi. Un grembiule cinge il mio pancino imbottito. Ho due bottoni per occhi e tante cicatrici, sparse qua e là. Ho anche tante amiche a fianco a me, anch’esse vecchie e impolverate. Circa quarant’anni fa questa piccola bottega era aperta. Sentivo il campanellino suonare ogni volta che qualcuno metteva piede qua dentro. Era gestito da una donnina deliziosa. Vestiva sempre con pantaloni stretti, talvolta paiettati, anni ’70. La guardavo sempre dalla stessa angolazione e infatti osservavo il suo grazioso nasino all’insù, sempre eccessivamente incipriato. Suo marito arrivava sempre in ritardo perché andava a comprare la stoffa, i nastri e i bottoncini. Loro due erano la mia famiglia.
Ogni settimana mi appendevano un cartellino: 30 lire, 20 lire ecc. Mi sentivo infastidita da quel continuo rumore che faceva la nuova macchina da scrivere, che avevano comprato con tanta gioia. Un giorno però quel rumore cessò. Erano circa le due del pomeriggio quando la saracinesca sbatté sull’asfalto appena rifatto. Mi ci vollero due giorni per capire che la piccola bottega “Ago e filo” aveva chiuso. Solo oggi ho rivisto la luce dai miei occhi, quattro piccoli buchini infastiditi da fili neri che gli passano all’interno. Avevo sentito il rumore della saracinesca arrugginita aprirsi nuovamente. Aveva combattuto contro piogge, grandine, neve e fortissime ondate di calore che portavano sabbia con le leggere pioggerelle estive. La mogliettina e il maritino erano tornati. Un po’ vecchiotti, con le braccia un po’ molli e adesso anche loro avevano delle linee irregolari sul viso, proprio come me. La donnina indossava una gonna larga, forse anni ’80, lui invece un normalissimo jeans. La bottega “Ago e filo” avevo ripreso a lavorare.
Un giorno soleggiato entrò una paffuta bambina. Con le sue guanciotte rosse e un lecca lecca in mano appariva un po’ buffa. La madre, una donna slanciata, alta e mora, le teneva teneramente la mano destra, mentre la sinistra stringeva fortemente una costosa borsetta nera. La donnina con voce educata e dolce chiese alla piccolina cosa volesse prendere dentro al negozietto. A quel punto la bambina iniziò a guardarsi intorno come un soldato che deve prendere la mira, in quel caso il bersaglio ero io. “Voglio quella”, affermò con voce infantile. Il maritino mi prese per i capelli e disse:” proprio questa?”, e strappò via il cartellino con su scritto 20 lire. Mi gettò dentro ad un sacchetto odorante di muffa. Uscimmo dal negozio tutte e tre ma me ne andai con la tristezza di non poter gridare che volevo rimanere nella bottega. Avevo il mal di stomaco, dato che la buffa bambina mi faceva volare come se stessi su un’altalena. Arrivate a casa mi sentivo a disagio. La bambina si chiamava Lauren. Mi portò sopra e mi mise su una mensola di legno cigolante, potevo osservare solo il suo letto, colorato e ordinato. Ero arrabbiata, delusa e oltraggiata, i miei amici mi avevano abbandonato.
Il giorno dopo il mio arrivo mi sentivo già meglio. Lauren mi dava ogni giorno una spolveratina urlandomi in faccia: “è l’ora del bagnetto!”, dopodiché mi inzuppava nella vasca da bagno e mi appendeva ad un filo nel giardino. Faceva freschetto ma era sopportabile. Mi riportava nella casetta graziosa e poi mi sbatteva contro la linea curva chiamata ‘bocca’ il cucchiaino di ferro, gridandomi questa volta: “è l’ora della pappa!”. Cosi continuò fino al giorno successivo. Il quarto giorno cambiò la mia posizione. Adesso mi trovavo nel corridoio. Da lì però osservavo molte più cose. Scrutavo ogni giorno il padre della bambina, che con il tabacco si faceva da solo le sigarette. Indossava sempre una canotta bianca un po’ ingiallita. Aveva tanta peluria sulle braccia. Era sempre crucciato e sedeva con la schiena curva. A farsi le sigarette passava le ore, dopodiché, in tarda sera, si alzava pesantemente sbattendo le mani sul tavolo e spostando la sedia, che alzava un filo di polvere. Scrutavo anche la cucina, dove una signora di colore cucinava, puliva e spolverava tutta la casa. Lavava violentemente anche me.  Qualche volta scivolava sul pavimento appena bagnato e io, nella mia testa, ridevo, ridevo tanto.
Ero contenta di avere Lauren. Era una bambina dolcissima e simpatica. Mi spaventava però il pensiero che una volta cresciuta mi avrebbe abbandonata, e sarei rimasta ancora su quel mobile in corridoio, mentre lei se la sarebbe spassata con il suo primo fidanzatino o con le sue amiche. E poi in fondo, che ne sa una bambina che anche le bambole hanno un cuore che si può spezzare e frantumare in mille pezzi?
Un giorno Lauren e la mamma uscirono, mentre io continuavo ad osservare il padre imbronciato. Sentii la porta sbattere. Erano tornate. Lauren aveva una busta in mano, una bustina piccola e graziosa. Si posizionò davanti a me e infilò il braccio nella busta. Tirò fuori un’altra bambola. Più bella, più nuova e più moderna. Mi scansò violentemente e mi rimpiazzò con l’altra bambolina. “Ecco la tua migliore amica”, disse allegramente. Rimasi turbata. Qualche giorno dopo la famiglia Peterson si sarebbe trasferita. La mamma di Lauren voleva che quest’ultima scegliesse tra me e la nuova arrivata. Ero già scoraggiata dalla lucentezza che vedevo negli occhi di Sofì, la bambolina nuova. E fu cosi. Lauren prese Sofì e la mise nello scatolone. Se le bambole potessero piangere, forse l’avrei fatto anche io in quel momento.
Prese però anche me, e il travagliato breve viaggio si rivelò curioso. Spalancarono la porta della mia forse futura casa. Sentii il campanellino che avevo sempre sentito. Ritornai su quella amata mensola. Lauren non mi aveva scelto, ma io ero tornata nella bottega “Ago e filo”, nella mia famiglia.

                                                                                                                 Elda Ciampi


mercoledì 22 marzo 2017

GUSCIO DI NOCE



GENNARO IANNARONE E IL RAMO D’ORO







GUSCIO DI NOCE di Gennaro Iannarone, col suo getto di ciliegio sbalzato dal verde, completa, ma non chiude, l’affresco carico di colorazioni e ricco di penombre, punteggiato di osservazioni, che costituiscono un piccolo ramo d’oro personale e poetico, con un suo folklore privato, uno sbuffo di magia e di religione, di sacralità e di vis drammatica stemperata nell’incanto del vivere e nell’ancestrale alitare della finitudine, come rapsodia di un unico organismo di pensiero, che accoglie il mito, la filosofia, la visione interpretativa di uno spirito ora eruttivo ora carezzevole, ora incline allo struggimento ora burattinaio di rimembranze dalle profonde regioni di esperienze transfughe dei limiti temporali che noi stessi inventiamo.
Pare far suo, dalle 20 liriche di “Vivere balenando in burrasca” alle 40 di “Quel foulard giallo-nero”, alle altrettante di “Guscio di noce”, il famoso passaggio di Charles Baudelaire da “Lo Spleen di Parigi”: “Il poeta gode l’incomparabile privilegio di essere se stesso e altrui, a suo piacimento. Come le anime erranti in cerca di un corpo, entra quando gli piace in qualsivoglia personaggio. Per lui soltanto tutto è vacante; e se sembra che certi posti gli siano preclusi, è perché ai suoi occhi non sono degni di essere visitati.”
Ecco che qui ripronuncia il mito (e le figure) di Atteone e di Anthea al seguito di Artemide (‘Anthea’), o in ‘Casa avita’ si lascia rapire dai volti di Beethoven, di Montale e di un alienato dallo sguardo selvaggio ed estraneo, che compare in un dipinto di Alessandro Kokocinskj. L’empatia lo induce quasi alla transferialità in “una colombina in gabbia fuor della vetrata” (‘Colombina’) o nel fiero e immite ‘cane che soffri l’asfissia dello spazio’ in ‘Dobermann’. Ma l’estatica-estetizzante empatia del poeta s’insustanzia e si esprime in un testo importante da non generalizzare, magari sottovalutandolo, ‘Dolente bellezza’, perché racchiude un concetto fondamentale che bisogna, facendo appello alla sensibilità personale, saper cogliere ed accogliere: lo studio della bellezza, ed i suoi effetti straordinari. In ‘Dolente bellezza’, dédiée alla morte di Umberto Eco, ma in realtà scaturita da una riflessione ancora di Charles Baudelaire, una sorta di coordinata conoscitiva rimontante e precisa, Iannarone adopera un filtro percettivo sia emotivo sia intellettuale, movendosi in direzione della verità, che è uno dei compiti, una delle funzioni della poesia quale organismo vivo. Parla della contemplazione della tristezza, Iannarone, che non è uno status transitorio ma diventa una categoria dello spirito, se infatti compariamo la penna del giudice-poeta con il graffio uncinante dell’autore di Inno alla bellezza (da ‘I Fiori del Male’) e dei sanguigni, raddensati passaggi di ‘Opere Postume’: “ Lo studio della bellezza è un duello”, “…la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore”. Questa oscillazione di bellezza-struggimento, di bellezza-gioiosa-sofferenza si evince ancora in ‘Felicità’, nell’eccellente strappo mnestico di ‘Giocattoli a corda’ e nello stesso morceau lirico che dà titolo alla raccolta ‘Guscio di noce’. La ritroviamo, puntuale, in ‘Labirinto della vita’, carezzevole e patente, o, convulsiva, nel distico ‘La Compagna vecchiaia’. Albert Camus sosteneva che le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza, sia essa gioiosa e/o malinconica, e nella rivoluzione della sua vita, che lo ha portato a recidere il cordone ombelicale della magistratura per accogliere l’eliconeo amplesso delle Muse, Gennaro Iannarone ha avuto bisogno della ‘molteplicità nell’unità’ che contempla intreccio di bellezza/tristezza, per parafrasare la definizione di Samuel Taylor Coleridge, o il riferimento alla ‘gravità’ della bellezza di Anton Cechov ne ‘Il Gabbiano’, benché il bello, a prima lieve analisi, abbia l’apparenza di ‘un’aria facile’, per sintetizzare un’uscita di Jean Cocteau. Un non immediato senso di bellezza necrotica, amarognola, si può rintracciare in modo che sembrerà ai più controverso, nella strofa tanto raggelante quanto, contemporaneamente, ammantata di simbolismo puro e di amore cristallino di ‘Visita in sogno’, dedicata alla prima moglie, Liliana; o al romanticismo di fascia tardo-scapigliata nella percettiva strofa di ‘Unico eterno amore’. Momenti contrapposti dai lampi di luce in ‘Traversa Tuoro’, dove il poeta allude ai palpiti iniziali di reciproco trasporto tra lui e la seconda moglie-musa Anna.
Iannarone ha un suo modo di esprimere il mondo e di esprimersi nel mondo che –questo è l’aspetto veramente inconfutabile– fa risonare di passione, intelletto e grazia, in un intreccio metabolizzante che preannuncia un vicino ma ancora incalcolabile approdo, il fremito di un verso nobile che segna la via, ricongiunge disordinate convivenze di sensibilità sparsa, la bella ispirazione sorretta dalla lingua acuta, in ricchezza e libertà che incontrano o reinventano le riprese realistiche, le intuizioni epifaniche, l’assedio di nostalgie, di efelidi di sogno, le pulsioni che respingono la logica e vorrebbero affidarsi all’entropia sia pure per un istante durevole per l’eternità, e ritratti acquerellati, di una delicatezza che trova nel perlaceo più che nel seppia la peculiarità di un veloce tirocinio del talento in nuce. Per anni, infatti, in interiore homine, il giudice ha sedimentato, ha fecondato e gemmato il feto poetico, affinché, nei tempi maturati, si delineasse perfettamente e con un’armonia dalla duplice irradiazione (semantica ed emozionale) un autoritratto che mai condanna e non sempre assolve, che rivede o ritocca o rinnega le certezze all’ombra e alla luce di accenti imprevisti, non più correo dell’astensione dal rivelare/rivelarsi e della solitudine di un poièo inespresso, incatenato alla rupe di Prometeo. Azzarderei persino che, nell’ambito della bifocalità dell’opera, Guscio di noce attesta anche più di Vivere balenando in burrasca e di Quel foulard giallo-nero l’appartenenza identitaria nel merito di quel fusto immortale della passione civile e culturale, della rivalutazione mnestica, del metaforeggiare la rincorsa ad una verità che esiste e non si dice, ma si dichiara essa stessa, stroncando la tentazione del silenzio, e ridefinendo il concetto del pudore e del gusto per una trasgressione, che, come l’erotismo, deve avere non necessariamente l’irruenza, ma l’erosione persistente ed elegante della tenuità. Iannarone ha risolto (privilegio riservato a pochi o conquista arrisa ai tenaci puri) il conflitto assediante e ossimorico della dulcedine e dell’amaritudine: dolce piacere dell’ars sublime-sublimante-subliminale contrapposto all’acre rattraente della realtà scabra (che pure rivendica legittima ratio di essere e di esigere); né edonista nel senso comune, il poeta, né intransigente, rigido fautore di quello che la psicoanalisi definisce principio della realtà. Semmai Iannarone è nemico del moraleggiante ed apodittico dover essere, ma benaccogliente del più saggio e salvifico ‘diventate quello che siete’. Giudice senz’altro, ma contemporaneamente poeta. E chiarificante nel suo disarmare, il testo esplicito di ‘Nascita di una poesia’: ‘Sei rimasta per una vita intera estranea al mio pensiero/che sol freddo raziocinio incasellava in ogni suo scritto./Né un volo della fantasia, né lo slancio di una passione cadevano sulle bianche pagine…// Sol or m’avvedo, ripercorrendo il passato, che tuttavia un seme era caduto impercettibilmente nel mio fondale…’. Correlata alla successiva, bellissima ‘Poesia tardiva’, che fa esclamare una lagnanza e un rimpianto che s’assommano in un angolare rammarico, un regret, un bedauern, che nel doppiofondo cela un timeo plausibile: ‘Sei venuta troppo tardi a farmi visita; ora che quasi/tutta è scorsa la vita temo che al nostro amor senile/ non basti il tempo per spegnere l’ardore che dentro/si è acceso di osservare la vita con una lente nuova…’. E si badi che un altro sottofondo, una parallela sottotraccia è l’esercizio scaramantico che esorcizza la prospettiva di un improvviso e disgraziato strangolamento della Musa ‘visitatrice intempestiva’, mentre essa ha al contrario obbedito all’opportuna circostanza, al momento favorevole, né prematura né protratta troppo oltre. C’è da aggiungere un ulteriore tassello che richiama con eclatante chiarezza un numinoso fil rouge, capace di attraversare elettricamente l’intera opera Guscio di noce; questo fil rouge ha diverse accezioni poiché rappresenta un nuovo inizio, una più rosata alba, il sorprendente avvistamento di “novae terrae” in un universo compresente e alternativo: la poesia e l’approdo ad essa è stato facilitato – ed anzi consentito – dalla irruzione inattesa e piacevolissima di una Arianna in parte salvifica e in parte ispiratrice di quel bandolo che contiene l’occhio veggente del poeta purificato, che ancora la incastona nello splendido verso finale in “Nascita di una poesia” (…o in loro mutato avea l’amore l’antica vision del mondo”). Ancora una volta a reggere l’estremità di questo filo portentoso è la figura simbolica (Arianna) e nello stesso tempo concreta della seconda moglie Anna, virtuosa sostenitrice di una creazione sublime, iniziata con Vivere balenando in burrasca. E si può essere poeta per un battito di ciglio con un grappolo di versi e non poeta per una vita con una produzione magna che si rivela apocalissi di vuoto o di superfluo. Se volessimo misticheggiare potremmo azzardare che una hybris –provvidenziale e beffarda– è intervenuta a colpire, a punire Iannarone maȋtre à juger, dandogli opportunità di espiazione nella magnifica trasformazione in maȋtre en faire des vers. E ha in tal senso operato solo quando il poeta in divenire è stato pronto a rivelarsi compiuto. Il destino ha voluto, benigno al massimo, gratificare le attese del padre magistrato, spirito integerrimo e razionalizzatore, e premiare le intrinseche potenzialità creative del figlio allegorico operaio di sogni, metalinguista aggrappato alle esigenze trasversali di una diversa educazione intellettuale, priva di gabbiature o di passaggi obbligati. Esente dal cilicio della necessità delle regole. Illuminante è ‘Vita e Destino’, una seconda (pregnante, eloquentissima) ‘lettera al padre’, dopo la testimonianza assolutamente unica di verità, autocoscienza e intelligenza de ‘Il Destino e l’Anima’, virtuale respiro di poemetto in Vivere balenando in burrasca. Ed entrambi li si colleghi a ‘Portale dell’Epifania’, rammemorazione pulsante della prima notte del solstizio d’inverno del 1993, data scolpita dalla scomparsa dell’adorato genitore.
Ma in Guscio di noce rilevanza hanno gli aspetti spirituali e un ardore amoroso che propone un eros ingentilito dal garbo connaturato nella personalità del nobiluomo e nell’aulico tunnel parallelo della mediazione intellettuale; Spiritus autem vivificat, afferma San Paolo nei ‘Corinzi’. E per quanto attiene all’Eros, secondo Georges Bataille, si può affermare che esso è l’approvazione della vita fin dentro la morte.
L’assunzione di valori e contenuti spirituali ha preminenza non solo filosofica: attesta un graduale iter formativo, in rapporto all’assoluto, da un lato affermante il fondamento della metafisica, dall’altro –pur conservando il turgore e la rifrazione di corrente di pensiero– rivelatrice di quello spiritus ubi vult spirat, assunto del Vangelo di San Giovanni: chiunque è nato dallo spirito cristiano ed interiormente rinasce a conferma di sé (forte il paragone del vento, di cui si ode la voce ma di cui non si sa da dove venga e dove vada). Iannarone non si distacca dalla realtà effettuale ma mostra la tendenza a spiritualizzare passioni e sentimenti nell’arte (musica, pittura, poesia, teatro), non senza orientamenti di fede. Fede, religiosità, spiritualismo che non temono, anzi dichiarano e ostentano scosse alla tradizione, rasentando la provocazione di un ragionato anticonformismo nel cortocircuitante, geniale e rivoltoso ‘Jesus, my God’, che si chiude nel meraviglioso e clamoroso: “Il buio del Sepolcro fu squarciato da divine fiammate,/ che ti sospinsero in alto, o sublime figura, e nella luce/ dell’alba più radiosa fu tutta tua la vittoria sulla morte.”  Un Gesù Cristo splendidamente ribelle, orgoglioso di essere nato da donna, maturante una gloria non subalterna al Padre Celeste, “putativo, come nella profondità dell’animo lo/sentivi Tu, Figlio dell’uomo…”. Iannarone è fuor d’ogni dubbio intemerato e libero, in questa dichiarazione, con siffatta tesi, che nella migliore delle ipotesi può suscitare perplessità, e nella peggiore sbigottimento. Ma la Poesia è fondata sull’audacia, sulla provocazione, sull’anticonvenzionalità, sulla libertà e sullo stupore, e Iannarone, giudice già controcorrente, è poeta conduttore di fulminante verità, se vogliamo tutti tener conto che, dall’assunto di Konrad Fiedler, “lo stupore è il primo inizio dell’arte come della filosofia”!
Nient’affatto secondarie le pagine belle riservate all’aspetto amoroso, all’eros raffinato e affiorante, allegorico come dovrebbe essere soprattutto in POESIA. Iannarone descrive e decanta l’amour et les femmes non per gratificazione personale, ma come tema portante che definisce le modalità interpretative della vita. La poetica di Guscio di noce è potenziata dall’elemento amoroso che non è aspetto di retroguardia o semplicistico accessorio nella mappatura generale: non interlocutorie né decorative risultano ‘Tre fanciulle intorno al cor mi son venute’, o la rovente, boccaccesca ‘Memoria felice’, o la stessa ‘Guscio di noce’, delicatissima e assertiva. E se kairòs, definito da Giovanni Giudici ‘evento eccezionale’, conferma l’irripetibilità della poesia nei suoi purissimi schemi, Gennaro Iannarone, in questo trittico concatenato e opportunamente assemblato in cofanetto, tiene aperte le strade della realtà, delle esperienze, del passato, delle aspirazioni e del sogno, non oppone divieto d’accesso alla fantasia, corollario di completezza e di sense of wonder (si legga la magnifica apertura di Guscio di noce degnissimamente rappresentata dal globalizzante ‘Amori celesti’), quindi ci fa munifico dono di una propulsione espressiva di rara efficacia e di incontestabile attrait.

                                                                                            ARMANDO SAVERIANO



GENNARO IANNARONE - GUSCIO DI NOCE - SCUDERI EDITRICE 2017 - PP 64 - EURO 13,00




GIOCATTOLI A CORDA

Mi raccomandavi di non scoppiare a piangere quando
il motociclista con sidecar che correva veloce sotto il
tavolo, girava fra le sedie, cambiava direzione a ogni
urto mentre lo rincorrevo battendo le mani di allegria,
si sarebbe d’improvviso fermato. La sua corda durava
poco tempo, solo un sogno che non si arrestasse mai.
Poi vennero i motociclisti a batteria, e appresso quelli
telecomandati, ma non mi son mai sentito un bambino
sfortunato per essere vissuto all’epoca dei giocattoli a
corda. Caricarlo girando fino in fondo la sua chiavetta
nera dietro la schiena, vederlo scarrozzare nella stanza
la mia gran gioia rinnovava, come se la sua vita da me
dipendesse. Gli carezzavo il casco prima che ripartisse.


*

GUSCIO DI NOCE

Non avverte intorno a sé festosità di primavera
un ciliegio fiorito a lato del viale, non lo guarda
l’ospite che arriva triturando pietrisco e polvere.
Qui non c’è cuore triste, eppure gli animi vivono
ciascuno per proprio conto, come in un guscio di
noce aperto il frutto ancora intero con i ventricoli
distaccati. Stanno bene così, nella gioia invisibile
di un pensiero antico che ancor li avvince. Amore
non si donano i due cani, che talvolta litigano per
via di una cuccia al sole, poi si scambiano carezze
meravigliose. Con filosofia è buona una prigionia.


GENNARO IANNARONE




Gennaro Iannarone

lunedì 13 febbraio 2017

Conferenza Stampa - III edizione 2017 - Premio Nazionale di Poesia “Città di Conza della Campania”




Libreria "L'Angolo delle Storie" - Avellino
Locandina 
Premio Nazionale
 di Poesia 
"Città di Conza della Campania"

















Sabato 18 Febbraio p.v. alle ore 11:00, presso la libreria “L’Angolo delle Storie” di Avellino (via Fosso S. Lucia, 4), si terrà la Conferenza Stampa di presentazione della terza edizione dell’ormai acclarato Premio Letterario Nazionale riservato alle scritture poetiche e intitolato alla Città di Conza della Campania, a cui seguirà un buffet.
Gli organizzatori dell’evento incontreranno giornalisti, critici ed autorità. Presenzieranno alla Conferenza il Prof. Armando Saveriano, il giovane poeta Davide Cuorvo, il Notaio Edgardo Pesiri, il Prof. Eugenio Lucrezi, il Prof. Alessandro Di Napoli, il critico Costanzo Ioni, il Prof. Enzo Rega, la Presidente della Pro Loco “Compsa” Antonia Petrozzino, il Presidente dell’UNPLI Campania Prof. Mario Perrotti.
Armando Saveriano, fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “Logopea”, primum movens dell’iniziativa, traccerà un breve percorso sugli attuali sbocchi della Poesia, sull’importanza evolutiva dei suoi linguaggi e sugli esiti delle multifunzionalità. Davide Cuorvo, organizzatore della I e II edizione del Premio, ricorderà il valore e le finalità dell’inserimento dei “Lauri”, oltre a puntualizzare le valenze del Certamen nell’ambito giovanile. Edgardo Pesiri, sempre sensibile alle iniziative culturali che testimonino le risorse creative del territorio, interverrà in merito alla valenza dell’iniziativa ambientata a Conza della Campania. Enzo Rega ed Eugenio Lucrezi, new entry di quest’anno in Giuria, esporranno i criteri di valutazione e le aspettative della Giuria. Costanzo Ioni si soffermerà sul processo evolutivo delle poetiche in ambito partenopeo. Antonia Petrozzino, nota come Antonella, sottolineerà l’importanza della ricaduta del Premio in termini di promozione territoriale. Mario Perrotti si soffermerà sulla rilevanza della cultura per combattere il degrado sociale dei nostri territori e del patrocinio che l’UNPLI dà alle Pro Loco affinché operino per tutelare e promuovere la stessa.
Interverranno al tavolo anche le giornaliste de “Il Quotidiano del Sud” Floriana Guerriero e Vera Mocella (la quale sarà anche moderatrice) ed il dott. Pasquale Luca Nacca (Amministratore del gruppo fb: “Gruppo degli artisti irpini”); i poeti Raffaele Della Fera, Raffaele Stella, Agostina Spagnuolo, Antonio Califano, Floriana Coppola, Ketti Martino e Marciano Casale.
Con l’auspicio che questa terza edizione confermi la qualità e il successo dell’iniziativa e schiuda le porte di un’età dell’oro intellettuale a beneficio dell’intellighentia culturale del posto, e dell’intera nostra Irpinia, sotto l’egida del motto virgiliano “Paulo maiora canamus”, quando il Poeta si rivolge alle Muse siciliane di Teocrito per propiziarsi la facondia e l’armonia nelle ecloghe che verranno e il buon accoglimento loro presso il pubblico degli intenditori.

                                                                                                                         LOGOPEA




Il Prof. Armando Saveriano
Il poeta Davide Cuorvo














Il critico e poeta Enzo Rega
Il critico Eugenio Lucrezi














Il Notaio Edgardo Pesiri
Il critico Costanzo Ioni














La Presidente della Pro Loco Compsa
Antonella Petrozzino
Il Presidente dell'UNPLI Campania
Prof. Mario Perrotti















La giornalista Vera Mocella