lunedì 27 marzo 2017

UNA VITA DI PEZZA - Racconto di Elda Ciampi







Quante ne ho passate su quella mensola! Circa quarant’anni su uno scaffale ad osservare le mosche volare sui miei boccoli d’oro impolverati. Sono stata fabbricata in Messico. Indossavo e indosso ancora un vestitino quadrettato, con inserti rossi e bianchi. Un grembiule cinge il mio pancino imbottito. Ho due bottoni per occhi e tante cicatrici, sparse qua e là. Ho anche tante amiche a fianco a me, anch’esse vecchie e impolverate. Circa quarant’anni fa questa piccola bottega era aperta. Sentivo il campanellino suonare ogni volta che qualcuno metteva piede qua dentro. Era gestito da una donnina deliziosa. Vestiva sempre con pantaloni stretti, talvolta paiettati, anni ’70. La guardavo sempre dalla stessa angolazione e infatti osservavo il suo grazioso nasino all’insù, sempre eccessivamente incipriato. Suo marito arrivava sempre in ritardo perché andava a comprare la stoffa, i nastri e i bottoncini. Loro due erano la mia famiglia.
Ogni settimana mi appendevano un cartellino: 30 lire, 20 lire ecc. Mi sentivo infastidita da quel continuo rumore che faceva la nuova macchina da scrivere, che avevano comprato con tanta gioia. Un giorno però quel rumore cessò. Erano circa le due del pomeriggio quando la saracinesca sbatté sull’asfalto appena rifatto. Mi ci vollero due giorni per capire che la piccola bottega “Ago e filo” aveva chiuso. Solo oggi ho rivisto la luce dai miei occhi, quattro piccoli buchini infastiditi da fili neri che gli passano all’interno. Avevo sentito il rumore della saracinesca arrugginita aprirsi nuovamente. Aveva combattuto contro piogge, grandine, neve e fortissime ondate di calore che portavano sabbia con le leggere pioggerelle estive. La mogliettina e il maritino erano tornati. Un po’ vecchiotti, con le braccia un po’ molli e adesso anche loro avevano delle linee irregolari sul viso, proprio come me. La donnina indossava una gonna larga, forse anni ’80, lui invece un normalissimo jeans. La bottega “Ago e filo” avevo ripreso a lavorare.
Un giorno soleggiato entrò una paffuta bambina. Con le sue guanciotte rosse e un lecca lecca in mano appariva un po’ buffa. La madre, una donna slanciata, alta e mora, le teneva teneramente la mano destra, mentre la sinistra stringeva fortemente una costosa borsetta nera. La donnina con voce educata e dolce chiese alla piccolina cosa volesse prendere dentro al negozietto. A quel punto la bambina iniziò a guardarsi intorno come un soldato che deve prendere la mira, in quel caso il bersaglio ero io. “Voglio quella”, affermò con voce infantile. Il maritino mi prese per i capelli e disse:” proprio questa?”, e strappò via il cartellino con su scritto 20 lire. Mi gettò dentro ad un sacchetto odorante di muffa. Uscimmo dal negozio tutte e tre ma me ne andai con la tristezza di non poter gridare che volevo rimanere nella bottega. Avevo il mal di stomaco, dato che la buffa bambina mi faceva volare come se stessi su un’altalena. Arrivate a casa mi sentivo a disagio. La bambina si chiamava Lauren. Mi portò sopra e mi mise su una mensola di legno cigolante, potevo osservare solo il suo letto, colorato e ordinato. Ero arrabbiata, delusa e oltraggiata, i miei amici mi avevano abbandonato.
Il giorno dopo il mio arrivo mi sentivo già meglio. Lauren mi dava ogni giorno una spolveratina urlandomi in faccia: “è l’ora del bagnetto!”, dopodiché mi inzuppava nella vasca da bagno e mi appendeva ad un filo nel giardino. Faceva freschetto ma era sopportabile. Mi riportava nella casetta graziosa e poi mi sbatteva contro la linea curva chiamata ‘bocca’ il cucchiaino di ferro, gridandomi questa volta: “è l’ora della pappa!”. Cosi continuò fino al giorno successivo. Il quarto giorno cambiò la mia posizione. Adesso mi trovavo nel corridoio. Da lì però osservavo molte più cose. Scrutavo ogni giorno il padre della bambina, che con il tabacco si faceva da solo le sigarette. Indossava sempre una canotta bianca un po’ ingiallita. Aveva tanta peluria sulle braccia. Era sempre crucciato e sedeva con la schiena curva. A farsi le sigarette passava le ore, dopodiché, in tarda sera, si alzava pesantemente sbattendo le mani sul tavolo e spostando la sedia, che alzava un filo di polvere. Scrutavo anche la cucina, dove una signora di colore cucinava, puliva e spolverava tutta la casa. Lavava violentemente anche me.  Qualche volta scivolava sul pavimento appena bagnato e io, nella mia testa, ridevo, ridevo tanto.
Ero contenta di avere Lauren. Era una bambina dolcissima e simpatica. Mi spaventava però il pensiero che una volta cresciuta mi avrebbe abbandonata, e sarei rimasta ancora su quel mobile in corridoio, mentre lei se la sarebbe spassata con il suo primo fidanzatino o con le sue amiche. E poi in fondo, che ne sa una bambina che anche le bambole hanno un cuore che si può spezzare e frantumare in mille pezzi?
Un giorno Lauren e la mamma uscirono, mentre io continuavo ad osservare il padre imbronciato. Sentii la porta sbattere. Erano tornate. Lauren aveva una busta in mano, una bustina piccola e graziosa. Si posizionò davanti a me e infilò il braccio nella busta. Tirò fuori un’altra bambola. Più bella, più nuova e più moderna. Mi scansò violentemente e mi rimpiazzò con l’altra bambolina. “Ecco la tua migliore amica”, disse allegramente. Rimasi turbata. Qualche giorno dopo la famiglia Peterson si sarebbe trasferita. La mamma di Lauren voleva che quest’ultima scegliesse tra me e la nuova arrivata. Ero già scoraggiata dalla lucentezza che vedevo negli occhi di Sofì, la bambolina nuova. E fu cosi. Lauren prese Sofì e la mise nello scatolone. Se le bambole potessero piangere, forse l’avrei fatto anche io in quel momento.
Prese però anche me, e il travagliato breve viaggio si rivelò curioso. Spalancarono la porta della mia forse futura casa. Sentii il campanellino che avevo sempre sentito. Ritornai su quella amata mensola. Lauren non mi aveva scelto, ma io ero tornata nella bottega “Ago e filo”, nella mia famiglia.

                                                                                                                 Elda Ciampi


mercoledì 22 marzo 2017

GUSCIO DI NOCE



GENNARO IANNARONE E IL RAMO D’ORO







GUSCIO DI NOCE di Gennaro Iannarone, col suo getto di ciliegio sbalzato dal verde, completa, ma non chiude, l’affresco carico di colorazioni e ricco di penombre, punteggiato di osservazioni, che costituiscono un piccolo ramo d’oro personale e poetico, con un suo folklore privato, uno sbuffo di magia e di religione, di sacralità e di vis drammatica stemperata nell’incanto del vivere e nell’ancestrale alitare della finitudine, come rapsodia di un unico organismo di pensiero, che accoglie il mito, la filosofia, la visione interpretativa di uno spirito ora eruttivo ora carezzevole, ora incline allo struggimento ora burattinaio di rimembranze dalle profonde regioni di esperienze transfughe dei limiti temporali che noi stessi inventiamo.
Pare far suo, dalle 20 liriche di “Vivere balenando in burrasca” alle 40 di “Quel foulard giallo-nero”, alle altrettante di “Guscio di noce”, il famoso passaggio di Charles Baudelaire da “Lo Spleen di Parigi”: “Il poeta gode l’incomparabile privilegio di essere se stesso e altrui, a suo piacimento. Come le anime erranti in cerca di un corpo, entra quando gli piace in qualsivoglia personaggio. Per lui soltanto tutto è vacante; e se sembra che certi posti gli siano preclusi, è perché ai suoi occhi non sono degni di essere visitati.”
Ecco che qui ripronuncia il mito (e le figure) di Atteone e di Anthea al seguito di Artemide (‘Anthea’), o in ‘Casa avita’ si lascia rapire dai volti di Beethoven, di Montale e di un alienato dallo sguardo selvaggio ed estraneo, che compare in un dipinto di Alessandro Kokocinskj. L’empatia lo induce quasi alla transferialità in “una colombina in gabbia fuor della vetrata” (‘Colombina’) o nel fiero e immite ‘cane che soffri l’asfissia dello spazio’ in ‘Dobermann’. Ma l’estatica-estetizzante empatia del poeta s’insustanzia e si esprime in un testo importante da non generalizzare, magari sottovalutandolo, ‘Dolente bellezza’, perché racchiude un concetto fondamentale che bisogna, facendo appello alla sensibilità personale, saper cogliere ed accogliere: lo studio della bellezza, ed i suoi effetti straordinari. In ‘Dolente bellezza’, dédiée alla morte di Umberto Eco, ma in realtà scaturita da una riflessione ancora di Charles Baudelaire, una sorta di coordinata conoscitiva rimontante e precisa, Iannarone adopera un filtro percettivo sia emotivo sia intellettuale, movendosi in direzione della verità, che è uno dei compiti, una delle funzioni della poesia quale organismo vivo. Parla della contemplazione della tristezza, Iannarone, che non è uno status transitorio ma diventa una categoria dello spirito, se infatti compariamo la penna del giudice-poeta con il graffio uncinante dell’autore di Inno alla bellezza (da ‘I Fiori del Male’) e dei sanguigni, raddensati passaggi di ‘Opere Postume’: “ Lo studio della bellezza è un duello”, “…la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore”. Questa oscillazione di bellezza-struggimento, di bellezza-gioiosa-sofferenza si evince ancora in ‘Felicità’, nell’eccellente strappo mnestico di ‘Giocattoli a corda’ e nello stesso morceau lirico che dà titolo alla raccolta ‘Guscio di noce’. La ritroviamo, puntuale, in ‘Labirinto della vita’, carezzevole e patente, o, convulsiva, nel distico ‘La Compagna vecchiaia’. Albert Camus sosteneva che le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza, sia essa gioiosa e/o malinconica, e nella rivoluzione della sua vita, che lo ha portato a recidere il cordone ombelicale della magistratura per accogliere l’eliconeo amplesso delle Muse, Gennaro Iannarone ha avuto bisogno della ‘molteplicità nell’unità’ che contempla intreccio di bellezza/tristezza, per parafrasare la definizione di Samuel Taylor Coleridge, o il riferimento alla ‘gravità’ della bellezza di Anton Cechov ne ‘Il Gabbiano’, benché il bello, a prima lieve analisi, abbia l’apparenza di ‘un’aria facile’, per sintetizzare un’uscita di Jean Cocteau. Un non immediato senso di bellezza necrotica, amarognola, si può rintracciare in modo che sembrerà ai più controverso, nella strofa tanto raggelante quanto, contemporaneamente, ammantata di simbolismo puro e di amore cristallino di ‘Visita in sogno’, dedicata alla prima moglie, Liliana; o al romanticismo di fascia tardo-scapigliata nella percettiva strofa di ‘Unico eterno amore’. Momenti contrapposti dai lampi di luce in ‘Traversa Tuoro’, dove il poeta allude ai palpiti iniziali di reciproco trasporto tra lui e la seconda moglie-musa Anna.
Iannarone ha un suo modo di esprimere il mondo e di esprimersi nel mondo che –questo è l’aspetto veramente inconfutabile– fa risonare di passione, intelletto e grazia, in un intreccio metabolizzante che preannuncia un vicino ma ancora incalcolabile approdo, il fremito di un verso nobile che segna la via, ricongiunge disordinate convivenze di sensibilità sparsa, la bella ispirazione sorretta dalla lingua acuta, in ricchezza e libertà che incontrano o reinventano le riprese realistiche, le intuizioni epifaniche, l’assedio di nostalgie, di efelidi di sogno, le pulsioni che respingono la logica e vorrebbero affidarsi all’entropia sia pure per un istante durevole per l’eternità, e ritratti acquerellati, di una delicatezza che trova nel perlaceo più che nel seppia la peculiarità di un veloce tirocinio del talento in nuce. Per anni, infatti, in interiore homine, il giudice ha sedimentato, ha fecondato e gemmato il feto poetico, affinché, nei tempi maturati, si delineasse perfettamente e con un’armonia dalla duplice irradiazione (semantica ed emozionale) un autoritratto che mai condanna e non sempre assolve, che rivede o ritocca o rinnega le certezze all’ombra e alla luce di accenti imprevisti, non più correo dell’astensione dal rivelare/rivelarsi e della solitudine di un poièo inespresso, incatenato alla rupe di Prometeo. Azzarderei persino che, nell’ambito della bifocalità dell’opera, Guscio di noce attesta anche più di Vivere balenando in burrasca e di Quel foulard giallo-nero l’appartenenza identitaria nel merito di quel fusto immortale della passione civile e culturale, della rivalutazione mnestica, del metaforeggiare la rincorsa ad una verità che esiste e non si dice, ma si dichiara essa stessa, stroncando la tentazione del silenzio, e ridefinendo il concetto del pudore e del gusto per una trasgressione, che, come l’erotismo, deve avere non necessariamente l’irruenza, ma l’erosione persistente ed elegante della tenuità. Iannarone ha risolto (privilegio riservato a pochi o conquista arrisa ai tenaci puri) il conflitto assediante e ossimorico della dulcedine e dell’amaritudine: dolce piacere dell’ars sublime-sublimante-subliminale contrapposto all’acre rattraente della realtà scabra (che pure rivendica legittima ratio di essere e di esigere); né edonista nel senso comune, il poeta, né intransigente, rigido fautore di quello che la psicoanalisi definisce principio della realtà. Semmai Iannarone è nemico del moraleggiante ed apodittico dover essere, ma benaccogliente del più saggio e salvifico ‘diventate quello che siete’. Giudice senz’altro, ma contemporaneamente poeta. E chiarificante nel suo disarmare, il testo esplicito di ‘Nascita di una poesia’: ‘Sei rimasta per una vita intera estranea al mio pensiero/che sol freddo raziocinio incasellava in ogni suo scritto./Né un volo della fantasia, né lo slancio di una passione cadevano sulle bianche pagine…// Sol or m’avvedo, ripercorrendo il passato, che tuttavia un seme era caduto impercettibilmente nel mio fondale…’. Correlata alla successiva, bellissima ‘Poesia tardiva’, che fa esclamare una lagnanza e un rimpianto che s’assommano in un angolare rammarico, un regret, un bedauern, che nel doppiofondo cela un timeo plausibile: ‘Sei venuta troppo tardi a farmi visita; ora che quasi/tutta è scorsa la vita temo che al nostro amor senile/ non basti il tempo per spegnere l’ardore che dentro/si è acceso di osservare la vita con una lente nuova…’. E si badi che un altro sottofondo, una parallela sottotraccia è l’esercizio scaramantico che esorcizza la prospettiva di un improvviso e disgraziato strangolamento della Musa ‘visitatrice intempestiva’, mentre essa ha al contrario obbedito all’opportuna circostanza, al momento favorevole, né prematura né protratta troppo oltre. C’è da aggiungere un ulteriore tassello che richiama con eclatante chiarezza un numinoso fil rouge, capace di attraversare elettricamente l’intera opera Guscio di noce; questo fil rouge ha diverse accezioni poiché rappresenta un nuovo inizio, una più rosata alba, il sorprendente avvistamento di “novae terrae” in un universo compresente e alternativo: la poesia e l’approdo ad essa è stato facilitato – ed anzi consentito – dalla irruzione inattesa e piacevolissima di una Arianna in parte salvifica e in parte ispiratrice di quel bandolo che contiene l’occhio veggente del poeta purificato, che ancora la incastona nello splendido verso finale in “Nascita di una poesia” (…o in loro mutato avea l’amore l’antica vision del mondo”). Ancora una volta a reggere l’estremità di questo filo portentoso è la figura simbolica (Arianna) e nello stesso tempo concreta della seconda moglie Anna, virtuosa sostenitrice di una creazione sublime, iniziata con Vivere balenando in burrasca. E si può essere poeta per un battito di ciglio con un grappolo di versi e non poeta per una vita con una produzione magna che si rivela apocalissi di vuoto o di superfluo. Se volessimo misticheggiare potremmo azzardare che una hybris –provvidenziale e beffarda– è intervenuta a colpire, a punire Iannarone maȋtre à juger, dandogli opportunità di espiazione nella magnifica trasformazione in maȋtre en faire des vers. E ha in tal senso operato solo quando il poeta in divenire è stato pronto a rivelarsi compiuto. Il destino ha voluto, benigno al massimo, gratificare le attese del padre magistrato, spirito integerrimo e razionalizzatore, e premiare le intrinseche potenzialità creative del figlio allegorico operaio di sogni, metalinguista aggrappato alle esigenze trasversali di una diversa educazione intellettuale, priva di gabbiature o di passaggi obbligati. Esente dal cilicio della necessità delle regole. Illuminante è ‘Vita e Destino’, una seconda (pregnante, eloquentissima) ‘lettera al padre’, dopo la testimonianza assolutamente unica di verità, autocoscienza e intelligenza de ‘Il Destino e l’Anima’, virtuale respiro di poemetto in Vivere balenando in burrasca. Ed entrambi li si colleghi a ‘Portale dell’Epifania’, rammemorazione pulsante della prima notte del solstizio d’inverno del 1993, data scolpita dalla scomparsa dell’adorato genitore.
Ma in Guscio di noce rilevanza hanno gli aspetti spirituali e un ardore amoroso che propone un eros ingentilito dal garbo connaturato nella personalità del nobiluomo e nell’aulico tunnel parallelo della mediazione intellettuale; Spiritus autem vivificat, afferma San Paolo nei ‘Corinzi’. E per quanto attiene all’Eros, secondo Georges Bataille, si può affermare che esso è l’approvazione della vita fin dentro la morte.
L’assunzione di valori e contenuti spirituali ha preminenza non solo filosofica: attesta un graduale iter formativo, in rapporto all’assoluto, da un lato affermante il fondamento della metafisica, dall’altro –pur conservando il turgore e la rifrazione di corrente di pensiero– rivelatrice di quello spiritus ubi vult spirat, assunto del Vangelo di San Giovanni: chiunque è nato dallo spirito cristiano ed interiormente rinasce a conferma di sé (forte il paragone del vento, di cui si ode la voce ma di cui non si sa da dove venga e dove vada). Iannarone non si distacca dalla realtà effettuale ma mostra la tendenza a spiritualizzare passioni e sentimenti nell’arte (musica, pittura, poesia, teatro), non senza orientamenti di fede. Fede, religiosità, spiritualismo che non temono, anzi dichiarano e ostentano scosse alla tradizione, rasentando la provocazione di un ragionato anticonformismo nel cortocircuitante, geniale e rivoltoso ‘Jesus, my God’, che si chiude nel meraviglioso e clamoroso: “Il buio del Sepolcro fu squarciato da divine fiammate,/ che ti sospinsero in alto, o sublime figura, e nella luce/ dell’alba più radiosa fu tutta tua la vittoria sulla morte.”  Un Gesù Cristo splendidamente ribelle, orgoglioso di essere nato da donna, maturante una gloria non subalterna al Padre Celeste, “putativo, come nella profondità dell’animo lo/sentivi Tu, Figlio dell’uomo…”. Iannarone è fuor d’ogni dubbio intemerato e libero, in questa dichiarazione, con siffatta tesi, che nella migliore delle ipotesi può suscitare perplessità, e nella peggiore sbigottimento. Ma la Poesia è fondata sull’audacia, sulla provocazione, sull’anticonvenzionalità, sulla libertà e sullo stupore, e Iannarone, giudice già controcorrente, è poeta conduttore di fulminante verità, se vogliamo tutti tener conto che, dall’assunto di Konrad Fiedler, “lo stupore è il primo inizio dell’arte come della filosofia”!
Nient’affatto secondarie le pagine belle riservate all’aspetto amoroso, all’eros raffinato e affiorante, allegorico come dovrebbe essere soprattutto in POESIA. Iannarone descrive e decanta l’amour et les femmes non per gratificazione personale, ma come tema portante che definisce le modalità interpretative della vita. La poetica di Guscio di noce è potenziata dall’elemento amoroso che non è aspetto di retroguardia o semplicistico accessorio nella mappatura generale: non interlocutorie né decorative risultano ‘Tre fanciulle intorno al cor mi son venute’, o la rovente, boccaccesca ‘Memoria felice’, o la stessa ‘Guscio di noce’, delicatissima e assertiva. E se kairòs, definito da Giovanni Giudici ‘evento eccezionale’, conferma l’irripetibilità della poesia nei suoi purissimi schemi, Gennaro Iannarone, in questo trittico concatenato e opportunamente assemblato in cofanetto, tiene aperte le strade della realtà, delle esperienze, del passato, delle aspirazioni e del sogno, non oppone divieto d’accesso alla fantasia, corollario di completezza e di sense of wonder (si legga la magnifica apertura di Guscio di noce degnissimamente rappresentata dal globalizzante ‘Amori celesti’), quindi ci fa munifico dono di una propulsione espressiva di rara efficacia e di incontestabile attrait.

                                                                                            ARMANDO SAVERIANO



GENNARO IANNARONE - GUSCIO DI NOCE - SCUDERI EDITRICE 2017 - PP 64 - EURO 13,00




GIOCATTOLI A CORDA

Mi raccomandavi di non scoppiare a piangere quando
il motociclista con sidecar che correva veloce sotto il
tavolo, girava fra le sedie, cambiava direzione a ogni
urto mentre lo rincorrevo battendo le mani di allegria,
si sarebbe d’improvviso fermato. La sua corda durava
poco tempo, solo un sogno che non si arrestasse mai.
Poi vennero i motociclisti a batteria, e appresso quelli
telecomandati, ma non mi son mai sentito un bambino
sfortunato per essere vissuto all’epoca dei giocattoli a
corda. Caricarlo girando fino in fondo la sua chiavetta
nera dietro la schiena, vederlo scarrozzare nella stanza
la mia gran gioia rinnovava, come se la sua vita da me
dipendesse. Gli carezzavo il casco prima che ripartisse.


*

GUSCIO DI NOCE

Non avverte intorno a sé festosità di primavera
un ciliegio fiorito a lato del viale, non lo guarda
l’ospite che arriva triturando pietrisco e polvere.
Qui non c’è cuore triste, eppure gli animi vivono
ciascuno per proprio conto, come in un guscio di
noce aperto il frutto ancora intero con i ventricoli
distaccati. Stanno bene così, nella gioia invisibile
di un pensiero antico che ancor li avvince. Amore
non si donano i due cani, che talvolta litigano per
via di una cuccia al sole, poi si scambiano carezze
meravigliose. Con filosofia è buona una prigionia.


GENNARO IANNARONE




Gennaro Iannarone

lunedì 13 febbraio 2017

Conferenza Stampa - III edizione 2017 - Premio Nazionale di Poesia “Città di Conza della Campania”




Libreria "L'Angolo delle Storie" - Avellino
Locandina 
Premio Nazionale
 di Poesia 
"Città di Conza della Campania"

















Sabato 18 Febbraio p.v. alle ore 11:00, presso la libreria “L’Angolo delle Storie” di Avellino (via Fosso S. Lucia, 4), si terrà la Conferenza Stampa di presentazione della terza edizione dell’ormai acclarato Premio Letterario Nazionale riservato alle scritture poetiche e intitolato alla Città di Conza della Campania, a cui seguirà un buffet.
Gli organizzatori dell’evento incontreranno giornalisti, critici ed autorità. Presenzieranno alla Conferenza il Prof. Armando Saveriano, il giovane poeta Davide Cuorvo, il Notaio Edgardo Pesiri, il Prof. Eugenio Lucrezi, il Prof. Alessandro Di Napoli, il critico Costanzo Ioni, il Prof. Enzo Rega, la Presidente della Pro Loco “Compsa” Antonia Petrozzino, il Presidente dell’UNPLI Campania Prof. Mario Perrotti.
Armando Saveriano, fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “Logopea”, primum movens dell’iniziativa, traccerà un breve percorso sugli attuali sbocchi della Poesia, sull’importanza evolutiva dei suoi linguaggi e sugli esiti delle multifunzionalità. Davide Cuorvo, organizzatore della I e II edizione del Premio, ricorderà il valore e le finalità dell’inserimento dei “Lauri”, oltre a puntualizzare le valenze del Certamen nell’ambito giovanile. Edgardo Pesiri, sempre sensibile alle iniziative culturali che testimonino le risorse creative del territorio, interverrà in merito alla valenza dell’iniziativa ambientata a Conza della Campania. Enzo Rega ed Eugenio Lucrezi, new entry di quest’anno in Giuria, esporranno i criteri di valutazione e le aspettative della Giuria. Costanzo Ioni si soffermerà sul processo evolutivo delle poetiche in ambito partenopeo. Antonia Petrozzino, nota come Antonella, sottolineerà l’importanza della ricaduta del Premio in termini di promozione territoriale. Mario Perrotti si soffermerà sulla rilevanza della cultura per combattere il degrado sociale dei nostri territori e del patrocinio che l’UNPLI dà alle Pro Loco affinché operino per tutelare e promuovere la stessa.
Interverranno al tavolo anche le giornaliste de “Il Quotidiano del Sud” Floriana Guerriero e Vera Mocella (la quale sarà anche moderatrice) ed il dott. Pasquale Luca Nacca (Amministratore del gruppo fb: “Gruppo degli artisti irpini”); i poeti Raffaele Della Fera, Raffaele Stella, Agostina Spagnuolo, Antonio Califano, Floriana Coppola, Ketti Martino e Marciano Casale.
Con l’auspicio che questa terza edizione confermi la qualità e il successo dell’iniziativa e schiuda le porte di un’età dell’oro intellettuale a beneficio dell’intellighentia culturale del posto, e dell’intera nostra Irpinia, sotto l’egida del motto virgiliano “Paulo maiora canamus”, quando il Poeta si rivolge alle Muse siciliane di Teocrito per propiziarsi la facondia e l’armonia nelle ecloghe che verranno e il buon accoglimento loro presso il pubblico degli intenditori.

                                                                                                                         LOGOPEA




Il Prof. Armando Saveriano
Il poeta Davide Cuorvo














Il critico e poeta Enzo Rega
Il critico Eugenio Lucrezi














Il Notaio Edgardo Pesiri
Il critico Costanzo Ioni














La Presidente della Pro Loco Compsa
Antonella Petrozzino
Il Presidente dell'UNPLI Campania
Prof. Mario Perrotti















La giornalista Vera Mocella



mercoledì 1 febbraio 2017

Premio Nazionale di Poesia "Città di Conza della Campania" - III edizione 2017







Regolamento

1. L'Associazione Culturale "Logopea", con il patrocinio della Pro Loco “Compsa” e con il patrocinio morale del Comune di Conza della Campania, indice la III Edizione del Premio Nazionale di Poesia "Città di Conza della Campania". Il Premio si propone, nelle sue finalità, l'intento di promuovere il pensiero e l'azione creativa delle realtà del territorio conzano e nazionale, con il confronto lessicale, stilistico, estetico delle varie tendenze nella società del post-moderno.

2. Possono concorrere liberamente tutti coloro che siano in possesso di almeno uno dei seguenti requisiti:
- cittadinanza italiana;
- residenza o domicilio in Italia.

3. Il Premio è articolato in tre sezioni, tutte in lingua italiana (sono esclusi i dialetti):
A) libro edito di poesia
B) poesia inedita a tema libero
C) sezione studenti

4. Sezione A (adulti) – Si concorre inviando un solo libro edito di poesia a partire dal 2010, in 4 copie. Allegare, in un foglio a parte, i dati anagrafici dell’autore (nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono).

5. Sezione B (adulti) – Si concorre inviando un massimo di tre poesie inedite a tema libero, di lunghezza non superiore ai 40 versi. I componimenti dovranno essere presentati in 8 copie, 7 anonime e una contenente i dati anagrafici dell'autore (nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono), più la seguente dichiarazione firmata in calce al foglio: "Io sottoscritto affermo che il testo della lirica in oggetto è inedito, originale e di mia assoluta paternità. In fede di ciò".

6. Sezione C (riservata ai giovani dai 6 ai 18 anni) – Si concorre inviando un massimo di tre poesie inedite a tema libero, di lunghezza non superiore ai 40 versi. I componimenti dovranno essere presentati in 4 copie, 3 anonime e una contenente i dati anagrafici dell'autore (nome, cognome, indirizzo, e-mail, numero di telefono), più la seguente dichiarazione firmata in calce al foglio: "Io sottoscritto affermo che il testo della lirica in oggetto è inedito, originale e di mia assoluta paternità. In fede di ciò".

7. Gli elaborati, presentati in forma cartacea (mezzo posta), dovranno essere spediti alla Segreteria del Concorso (Premio Città di Conza della Campania - Via G. di Guglielmo, 24 - 83040 - Conza della Campania - AV). È previsto un contributo per le Spese di Segreteria, pari a 20 euro per la sezione A (libro edito di poesia) e 15 euro per la sezione B (poesia inedita a tema libero). Per la sezione C (sezione studenti) non è prevista alcuna quota, i concorrenti possono partecipare gratuitamente. È possibile partecipare ad entrambe le sezioni A e B, versando un contributo di 25 euro. L'invio prevede, per le sezioni A e B, oltre alle opere (con indicazione della sezione a cui si intende partecipare), la fotocopia attestante il versamento effettuato tramite ricarica sulla carta PostePay N° 4023 6006 5937 8790, intestata a Davide Cuorvo (C.F. = CRVDVD92T07G813F); oppure tramite bonifico bancario - IBAN: IT08W0538785800000001436286, intestato a Davide Cuorvo, causale: "Premio di Poesia Città di Conza della Campania" (sempre con fotocopia attestante l’effettuato bonifico). Il termine per l'invio delle opere è fissato entro il 31 maggio 2017. Farà fede il timbro postale.

8. Per poesie inedite si fa esplicito riferimento a componimenti poetici i quali non abbiano ricevuto regolare pubblicazione editoriale. Fanno eccezione e sono pertanto candidabili tutti quei testi che abbiano ricevuto qualsiasi tipo di diffusione ad esclusione di quella editoriale. I testi dovranno essere tassativamente inediti (fino al giorno della cerimonia di consegna), pena l’esclusione dal Premio. Di eventuali plagi, non rispondono la Segreteria e l'Organizzazione.

9. La giuria, il cui operato è insindacabile, sarà composta dai Poeti e Scrittori: Giampiero Neri, Wanda Marasco, Enzo Rega, Armando Saveriano, Eugenio Lucrezi, Davide Cuorvo, Carmina Esposito e dalle giornaliste Floriana Guerriero e Flavia Balsamo. Sarà stilata una rosa di sei finalisti per le sezioni adulti. I primi tre classificati saranno resi noti nel corso della serata di Premiazione. I tre non rientranti nei primi posti saranno automaticamente classificati al quarto posto. La data della Cerimonia di Premiazione, prevista nella prima metà del mese di ottobre (salvo imprevisti), sarà comunicata agli interessati in tempo utile. Avrà luogo presso la Sala Consiliare del Comune di Conza della Campania. Per ogni controversia è competente il Foro di Avellino.

10. Per le sezioni A e B i premi in palio consistono in:
- 1° classificato: assegno bancario di €150,00; targa personalizzata; diploma con giudizio di merito.  
- 2° classificato: tela d’autore; targa personalizzata; diploma con giudizio di merito.
- 3° classificato: artistico cadeau; targa personalizzata; diploma con giudizio di merito.
- 4° classificati: specchio artistico personalizzato; diploma con giudizio di merito.
- Premi Speciali della Giuria: medaglia personalizzata; attestato con giudizio di merito.
- Menzioni d’onore: attestato con giudizio di merito; volumi e riviste.

11. Per la sezione C i premi consistono in:
- 1° classificato: pubblicazione di una plaquette di poesia con elargizione di 10 copie omaggio, offerta da Per Versi Editore (Grottaminarda – AV); specchio artistico personalizzato; diploma con giudizio di merito. 
- 2° classificato: specchio artistico personalizzato; diploma con giudizio di merito.
- 3° classificato: specchio artistico personalizzato; diploma con giudizio di merito.
Premio Speciale della Giuria: medaglia personalizzata; attestato con giudizio di merito.

12. L’Organizzazione del Premio conferisce ulteriori assegnazioni di particolare riguardo a quelle personalità che si sono distinte non soltanto per la dedizione all’arte letteraria, ma anche in ambiti artistici, scientifici e sociali di rilevanza: LAURO D’ORO, LAURO D’ARGENTO, LAURO DI BRONZO. Sotto il contrassegno del celebre motto di Cicerone “HONOS ALIT ARTES” i premiati si aggiudicheranno una simbolica coroncina di alloro, accompagnata da una raffinata pergamena con Giudizio di Merito.

13. I premi dovranno essere ritirati personalmente dagli autori o con delega scritta dai facenti vece, esclusivamente nella data della Cerimonia di Premiazione, pena la decadenza degli stessi. L'Organizzazione non spedisce i premi non ritirati.

14. L'Organizzazione, al termine della Cerimonia di Premiazione, offre ospitalità gratuita (pernottamento) ai primi classificati delle sezioni A e B nell’ambito del territorio conzano.

15. Gli esiti saranno pubblicati, per ogni riscontro ed evidenza, sul sito ufficiale del Premio (https://www.facebook.com/Premio-Nazionale-di-Poesia-Citt%C3%A0-di-Conza-della-Campania-303459383111395/?fref=ts). Tutti i concorrenti riceveranno, tramite comunicazione mail, il Verbale di Giuria con i relativi risultati (in tempo utile). Per info si può contattare la Segreteria al numero 3888629988, oppure via mail (premiodiconza@yahoo.it). Si ricorda che il termine per l’invio del materiale è fissato entro e non oltre il 31 maggio 2017 (fa fede il timbro postale).

16. I candidati sono pregati di leggere attentamente le norme del presente bando: l’Organizzazione non risponde di qualsiasi erronea interpretazione delle stesse. La partecipazione al Premio implica la piena e incondizionata accettazione di questo regolamento e la divulgazione del proprio nome, cognome e premio vinto su qualsiasi pubblicazione. Per l’iscrizione non si accettano pseudonimi, nomi di fantasia o diversi dalla reale identità dell’autore, previa invalidazione dell’iscrizione senza restituzione dei lavori inviati e della quota versata. L’Organizzazione attraverso la presente adesione acquisisce implicitamente il diritto di pubblicare liberamente e gratuitamente tutti i componimenti ritenuti idonei.


17. Tutela dei dati personali. Ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. 196/2003 "Codice in materia di protezione dei dati personali", l’Associazione Culturale “Logopea” dichiara che i dati forniti dai partecipanti al Concorso saranno trattati ai sensi di legge e secondo principi di correttezza, liceità e trasparenza e di tutela della riservatezza e dei diritti del fornitore. I medesimi dati verranno trattati e diffusi per le seguenti finalità: gestione del premio, invio di bandi e/o altro materiale ed informazioni, pubblicazione e/o divulgazione, anche con strumenti informatici, delle opere unitamente al nome, cognome e luogo di provenienza dell’autore. Il titolare del trattamento è l’Associazione Culturale “Logopea”, con sede legale in Avellino alla via Morelli e Silvati (c/o il Centro Sociale Samantha Della Porta) a cui l’interessato potrà rivolgersi per far valere i suoi diritti in ordine ai dati raccolti, così come previsto dagli art. 7, 8, 9, 10 e 11 del D.Lgs. 196/2003. Con l'invio dei materiali letterari partecipanti al concorso l'interessato acconsente al trattamento dei dati personali ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. 196/2003 e presta il suo consenso al trattamento ed alla diffusione dei dati per i fini sopra indicati.


LA GIURIA

Il Poeta Giampiero Neri
La Scrittrice Wanda Marasco







Il critico e poeta Enzo Rega
Il Prof. Armando Saveriano









Il critico Eugenio Lucrezi
Il poeta Davide Cuorvo









La poetessa Carmina Esposito
La giornalista Floriana Guerriero









La giornalista Flavia Balsamo


giovedì 22 dicembre 2016

GABRIELLA, I TUOI DARDI NEL MONDO


Lamelle di memoria


















Con il lascito dell’opera prospera, penetrativa, lancinante (le foto sonore, la speleologia dei racconti nell’interior mitologico delle vene, le sierose poesie, aperte, profonde come rose bianche), Gabriella Maleti ci consegna un respiro di durata perenne, il colloquio cronocromatico che si propaga nell’anima dell’ineffabile topos/logos; si rivela, si conferma una testimone del rigoglioso territorio della scrittura, dell’immagine impressiva, indelebile. Suo, il sacerdozio del linguaggio più sofferto, autentico, comunicativo tra Novecento e Terzo Millennio. La tracciabilità dell’arte è la tracciabilità del provato grado senziente che racchiude/enumera ogni quid nella natura amata, sorpresa in incessabili scatti; nomina l’inspiegabile, l’inconoscibile del reale dal senso insensato che sdrucciola, s’intuisce per un lampo, non s’afferra, senza attenuare la spia del dramma quotidiano o smobilitare/deviare la levatura del proprio diritto alla franca spregiudicatezza sotto firmamenti taciturni/loquaci, distanti/vicini, priva di miccia, di polveriera, eppure in un deflagrare chiaro, netto, di rispetto gentile; il salvacondotto dell’autonomia di un pensiero liscio, frusciante come trottola emotiva, nunzia del ripetuto loop temporale, lampo alla curvatura dell’appartenenza a sorgenti imprescindibili, nella crescente consapevolezza degli anni, negli impeti pulsionali, negli accampamenti ai focherelli della meditazione quieta, dolorosa, confortevole; lasciapassare strappato alla vita per conquista appuntata su ecchimosi, su ferenti tramonti, albe-maree, crepuscoli leggeri, sguardi febbrili o impietriti, diario della vista curiosa, diligente, sapiente finestra aperta o riaccostata. Gli ultimi due libri in particolare, “Prima o poi” (2014), “Vecchi corpi” (2015), di una bellezza che coagula contorni di luce ed eclissi, squarciata stupefazione lungo rive di sentimenti metamorfici, tanto nella certezza quanto nello smeriglio del dubbio, imprimono, tramati di malinconica grazia, di spasmodica verità priva della minima reticenza, quella pervasività indispensabile, volitiva, convinta, paziente, di uno spirito che si libra sopra tutti i fronti intimi/pubblici, uno spirito dalla specificità numinosa come una spettacolare concrezione iridescente; uno spirito bello, audace, concreto/terragno/celeste, come metallo nobile tra firmamento e sangue. Recensita con brillante entusiasmo da Mario Luzi, Roberto Baruffini, Elio Pecora, Luigi Baldacci, perno dell’area di Broca, ha magnetizzato l’attenzione critica, i favori nel  congruo nucleo fruente dei lettori in prosa (Morta Famiglia -1991, Due Racconti -1992, Amari Asili -1995), in poesia (Famiglia contadina 1977, Il cerchio impopolare 1980, Madre padre 1981, Il viaggio 1986, La flotta aerea 1986, Memoria 1989, Fotografia 1999, Nursia 1999, Parola e silenzio 2004), nelle realizzazioni filmiche (Il fotografo 1993, Venezia 1993, Acqua, Caos, Eros’amore 1995-1996, Perché, Notte lunare, Deserto 1996, Images 1999, Sidog 2002, Uguali e diversi 2003, La cugina Iris 2003, Elettra 2004, La Guerra di Peter, Legati 2004).
Nel non pretendere, nel non aspettarsi di tirar dentro la goccia d’ambra che traspira istanza creativa il lettore potenziale, la parola-visione di Maleti, peculiare, sovente unica, malgré soi coinvolge in un progressivo avvitamento senza rendere succubi della pur patente commozione. Anche questa la grandezza. I passaggi di un lunghissimo viaggio –accidentato e meraviglioso– sul predellino di scossoni, traumi, obiettivi da sellare nonostante le traviature, i tradimenti esistenziali, gli smottamenti, i timori, i rimpianti, hanno conservato intatta la capacità del disvelamento leale, arricchito ad ogni sosta nell’osservatorio entusiasta/dolente/riflessivo, per cui leggere/rileggere è una piccola eruzione di significati che hanno in sé l’antidoto mistico ad ogni ipotesi di scadimento o di appanno: gli strumenti espressivi si rivitalizzano in questa lingua pensante, che non si risparmia, che non si estenua nell’ammissione, nella confidenza, nella ricezione-proiezione di un orizzonte che solo la sensibilità percossa e mai mortificata sa allargare, intensificare, arcobalenizzare o rendere, nel chiaro-scuro, sacrale, mentre scorre l’imprevedibilità del vissuto tragico, promettente, accondiscendente, solatìo-livido, lustrale, sismico…; dal piacere breve e brujo, stregone-stregante-stregato, dagli istanti irripetibili/incollocabili/sguiscianti, al ricordo inciso nei fuochi, alla sofferenza quando purtroppo si fa non-luogo/novunque (tempospazio), eppure induce in virtù d’un qualche suo germe indomabile, persistente, a non dimissionare, a non rinunciare alla propria possibilità nel truce avvento del ritorno al buio. Che non è fine, che non è sconfitta, di fronte a un linguaggio tanto umano.

                                                                                                  ARMANDO SAVERIANO




Da “VECCHI CORPI”

Ridammi la voce che bascula, prima chiara e poi
spenta, come la voce del tuono che s’allontana e
s’avvicina, fa paura, voce dei cieli, dell’impossibile
scala che è corta, ancora , e tu racconti atti e impressioni
vaghe e però ben piantate, come fossi tu albero
nella nebbia della tua casa, dei tuoi diporti, delle
flanelle dei tuoi abiti invernali, un po’ rossa sulle gote
che si animano nella tua scienza muta, rossa e pallida,
senza ritorno, ma ancora stretta tra le unghie che stringono,
bianche, pulite, come le lenzuola tese nel cortile, vicine

*

Siamo qua tu ed io.
La macchina fotografica pesa. Non so
che fare. Chiederti di guardare l’obiettivo?
Chi mi dà il coraggio? Una fotografia per
dirmi poi come sei, come eri.
Vuoi farla tu a me? Io che ti osservo e
guardi altro. Io che attendo, ma anche tu lo fai.
Che guardi? L’intorno? Che odi? Il rumore dei
passi, di qualche voce? Di una voce che ti dice:
“Alzati, scosta il lenzuolo, scendi con le tue gambe belle,
quelle che facevano ombra all’erba, ai fiori.”

*

Dal letto mi allunghi una mano. La tengo così, come terrei
quella di mia madre. Il mento ti barbella un poco. “Che fai?
Non ti metterai a piangere!” Abbassi gli occhi. “Ho paura”,
dici piano. “Paura?” “Sì, di morire”. Chini il capo sul tuo
povero seno. Che dirti? Che anch’io ho paura della morte?
Che l’aspetto come un frutto marcio che cade? E poco o
niente mi solleva da quel momento che dovrebbe essere
l’allontanamento lieto dal corpo? E invece scuote come
una siepe indefinita, lontana da ciò che vedono attorno
i miei occhi. Che posso dirti, sorella? Che pesto i piedi
e dico no al cielo, alle promiscue nubi che mi rapiranno?
Vorrei chiudere definitivamente gli occhi, ora, lasciare
il mio cane, le mie erbe, ora, con la tua mano nella mia.

**

Da PRIMA O POI

Sì, tutto è mio e rimane: i pomeriggi sul Panaro,
il viso nell’erba, la solitudine accesa,
i diverbi candidi con gli insetti.
E poi le ragnatele nel cesso della campagna,
le notti come falci e le falci lunari.
Tutto era nel buio più completo,
e anche oggi che la luce non falsifica e il buio
riporta come un negativo: è sì, tutto mio:
“Non cadere dalla montagna di neve!”,
“Attenta, i passeri nella tagliola!”,
“ Il maiale sventrato…”
Dio, che buio, e che verità. Tutto mio.
“Dove vai! Torna indietro!”
“No, no…”
Un velo steso. Nero di pioggia. Nella realtà, quante
morti?

GABRIELLA MALETI




Gabriella Maleti
Gabriella Maleti